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Da ANNAMARIA CHIECO
BIANCHI, Museo Nazionale Atestino, Roma 1992 NOTIZIE
STORICHE
Il Museo Nazionale Atestino
ha sede dal 1902 nel palazzo che i Mocenigo, patrizi veneziani, costruirono
nel XVI secolo inglobando nella facciata principale un tratto della cinta
muraria del trecentesco castello dei Carraresi, sorto nell'area della
prima dimora feudale (1056) di Alberto Azzo II, capostipite della principesca
famiglia degli Estensi. Palazzo Mocenigo contava in origine di due ali
simmetriche a L: l'ala di sud-est fu distrutta da un incendio nel 1785
e la parte superstite ha subito nel tempo notevoli manomissioni. Pochi
gli elementi originali: tre saloni del piano nobile conservano gli affreschi
delle volte, opera giovanile del vicentino Giulio Carpioni (1611-1674),
con quadrature architettoniche entro le quali sono rappresentati putti
e trionfi di frutta e fiori con figure allegoriche alludenti alle virtù
della famiglia Mocenigo. Il Museo conserva le testimonianze della vita
di Este e del suo territorio, che si estendeva dal versante occidentale
dei Colli Euganei alla fascia orientale dell'area veronese, dall'età
preistorica all'età romana.Alle collezioni archeologiche sono stati
aggiunti, nell'ultima sala, alcuni materiali di età medioevale
e moderna, prevalentemente ceramiche di fabbrica locale, acquisiti alle
raccolte pubbliche per merito dei primi direttori del Museo.
Particolare interesse rivestono le collezioni protostoriche: Este è
il centro che ha restituito il materiale più abbondante e più
rappresentativo della cultura delineatasi fin dall'inizio dell'età
del ferro, verso il 900 a.C., in una vasta area pressoché coincidente
con i confini del Veneto attuale ed etnicamente attribuibile agli antichi
Veneti.
Ma se concreta e articolata è la realtà archeologica -e
in particolare quella di Este-riferibile ai Veneti prima di Roma, vaga
e oscura è la tradizione storica. Le fonti latine di età
augustea, inserendo la storia dei Veneti nella grande storia del popolo
romano, collegano il loro nome a quello degli Enetòi, nominati
per la prima volta nell'Iliade, e, adeguandosi alle fonti greche, asseriscono
la loro provenienza dall'Asia minore e li pongono nell'Adriatico. Al motivo
della provenienza orientale dei Veneti le fonti latine uniscono quello
della migrazione del troiano Antenore in Occidente: così Virgilio
nell'Eneide fa rievocare a Venere, angosciata per le sorti di Enea, il
destino più felice di Antenore che, fondata Padova, "gode
in pace il suo regno", mentre Tito Livio narra che Antenore, al comando
dei Troiani e degli Eneti, questi ultimi privi del loro re Pilemere, morto
a Troia, giunge nell'insenatura più interna del mare Adriatico
e, cacciati gli Euganei che abitavano tra il mare e le Alpi, ne occupa
le terre. Il nuovo popolo è chiamato Veneti: "gens universa
Veneti appellati".
Prive di validità storica, tali citazioni indicano però
l'intenzione di Livio e di Virgilio di sfruttare in senso politico l'antica
tradizione relativa alla comune origine troiana di Veneti e Romani.
Un diverso e concreto valore di attendibilità storica ha invece
Livio quando, certo sulla base di tradizioni consolidate raccolte da lui
direttamente, raccontando delle migrazioni delle genti galliche e delle
loro ripetute invasioni dell'area padana, riferisce che la grande espansione
etrusca tra il Po e le Alpi non aveva toccato la regione abitata dai Veneti;
o quando ci racconta della vittoria dei Patavini del 302 a.C. sulle forze
d'invasione di Cleonimo, re di Sparta, ribadendo l'indipendenza e la fierezza
dei Veneti. La più antica relazione diretta è quella di
Polibio ("un'altra stirpe molto antica occupò le terre che
si protendono verso l'Adriatico: sono chiamati Veneti, per costume e modo
di vita poco diversi dai Celti, ma parlano un'altra lingua") che
riflette oggettivamente il momento tardo in cui la cultura locale si integra
pacificamente con quella celtica, infiltratasi dalle confinanti aree cenomani
e boiche, mentre si conserva ancora autonoma la tradizione linguistica.
Null'altro ci dicono le fonti sullo svolgimento delle civiltà dei
Veneti antichi: e nulla sulle vicende di Este in età preromana.
Il nome latino Ateste con cui le fonti di età romana (Plinio,
Tacito, Tolomeo) ricordano la città sita nel territorio dei Veneti,
è certo legato al corso dell'Adige (Atesis, Athesis).
Il fiume attraversava infatti l'abitato antico con più rami, come
attestano vari resti di ponti, arginature ed opere idrauliche: solo nel
VI sec. d.C., a seguito della rotta detta "della Cucca" ricordata
da Paolo Diacono, cambiò corso spostandosi più a sud e prendendo
all'incirca la direzione dell'alveo attuale.
Seguiamo, attraverso la ricca documentazione archeologica, le vicende
di Este dalla preistoria al II-III secolo d.C.: dopodiché, quasi
nessuna attestazione di vita è in nostro possesso fino all'XI secolo,
segnato dall'arrivo della famiglia longobarda che da Este prenderà
il nome di Estense.
Le prime notizie di ritrovamenti di oggetti antichi nell'agro atestino
si trovano in alcune opere antiquarie del '400 e del '500. Il veneziano
Giovanni Marcanova, archeologo e medico, docente allo studio di Padova,
nel De antiquitatibus della metà del '400 elenca alcune
lapidi romane di Este; alla fine del '500 l'estense Ippolito Angelieri
scrive un piccolo interessante lavoro intitolato Anticaglie che si
trovano in Este suo territorio e altrove, in cui illustra una serie
di monumenti romani iscritti conservati da privati o murati in vecchi
edifici e chiese.
Agli inizi del XVII secolo il procuratore di S.Marco Giorgio Contarini
riunisce nella sua villa di via Cappuccini, nota come Vigna Contarena,
una serie di monumenti romani, per lo più lapidi iscritte, di provenienza
varia, acquistati a Padova dagli antiquari Ramusio e da Girolamo Querini.
Fu l'estense Isidoro Alessi, storico e cultore di antichità, che
per primo nel corso del XVIII secolo prese a raccogliere nella sua casa
di via Consolazioni monumenti iscritti ritrovati a Este o nell'agro, aggiungendovi,
con una paziente ricerca, vari altri pezzi fino allora dispersi in case
private. Alessi si servì di questi materiali e di quanti altri
aveva riconosciuto di provenienza atestina nelle raccolte venete a lui
note (fra cui la collezione veronese di Scipione Maffei e quella della
Vigna Contarena) per documentare ed illustrare la sua opera Ricerche
istorico-critiche delle antichità di Este, pubblicata a Padova
nel 1776.
Nella seconda metà del '700 Tommaso Obizzi costituì al Catajo,
la grande villa presso Battaglia, una ricca collezione, riunendovi lapidi
e monumenti acquistati sul mercato antiquario (provenienti per lo più
dall'agro atestino, ma anche da varie località dell'Italia e della
Grecia) e abbondanti materiali protostorici e romani frutto degli scavi
da lui condotti, con l'aiuto del ceramista Girolamo Franchini, nelle sue
proprietà di Este.
L'istituzione di una prima raccolta pubblica che impedisse la dispersione
delle antichità di Este (già si temeva fortemente l'esodo
della collezione del Catajo, passata in eredità, alla morte di
Tommaso Obizzi, ai duchi di Modena di casa d'Austria) fu merito nel 1834
del podestà Vincenzo Fracanzani, che nel 1833 aveva così
scritto ad un amico: "Ricca è questa città di monumenti
antichi, dei quali alcuni vantano origine greca. Furono tutti escavati
nel suolo estense e quivi si trovano qua e colà collocati. Io poi
ho in animo di raccoglierli fra non molto in un luogo appartato a guisa
di patrio museo". Al Civico Museo Lapidario fu destinata come sede
la piccola chiesa di S.Maria dei Battuti. Primo nucleo del nuovo museo
fu la collezione Alessi, acquistata dal Comune: vi si aggiunse dopo breve
tempo la collezione Contarini, donata dal nuovo proprietario, il conte
Paolo di Haugwitz.
Perdurò a lungo la speranza di assicurare al museo di Este la collezione
Obizzi che, dopo alterne vicende, fu smembrata nel 1913 tra Modena e Vienna:
in quest'ultima città finirono tutti i materiali atestini, divisi
tra il Kunsthistorisches e il Naturhistorisches Museum.
Nel 1837 Giuseppe Furlanetto, docente nel Seminario di Padova, pubblicò
il catalogo delle collezioni del Museo, allora consistenti in 88 pezzi
tra epigrafi, elementi architettonici e frammenti di sculture.
Della prima decorosa sistemazione fa fede il giudizio di Teodoro Mommsen,
che, dopo aver visitato il piccolo istituto nel 1867, così si espresse
dedicando ad Este e a 310 iscrizioni dell'agro atestino un capitolo della
monumentale opera Corpus Inscriptionum Latinarum: "Denique
pauca ego musea vidi tam commode adornata et studiosorum utilitati tam
recte parata".
Nel 1874 il Comune designò conservatore l'estense Alessandro Prosdocimi,
professore di storia e geografia nella Scuola Tecnica, che era stato appena
nominato, con decreto ministeriale, ispettore onorario per i mandamenti
e gli scavi dei distretti di Conselve, Este, Montagnana e Monselice.
Nel maggio del 1876 furono scoperte casualmente, in un terreno di proprietà
Boldù Dolfin, nei pressi della Stazione Ferroviaria, sette tombe:
due di queste contenevano dei bellissimi vasi di bronzo sbalzati. Essi
rivelarono al Prosdocimi l'esistenza di una civiltà Atestina preromana
che, sulla base della precedente tradizione erudita, egli attribuì
agli Euganei.
Incoraggiato e sorretto da amministratori pubblici e privati cittadini
che generosamente donavano al Museo quanto veniva rinvenuto nei terreni
di loro proprietà, Alessandro Prosdocimi intraprese una serie di
scavi sistematici nelle aree di necropoli, che aveva individuato tutt'attorno
al centro abitato, portando alla luce centinaia di tombe. Nel 1880 veniva
scoperta, nel corso di una campagna di scavi a Villa Benvenuti, nell'area
della necropoli settentrionale, una ricca tomba contenente la famosa situla
di bronzo, a tutt'oggi considerata il capolavoro dell'arte atestina: a
seguito di queste scoperte il Comune di Este deliberò che il nome
del Civico Lapidario fosse mutato in Museo Euganeo-Romano. Nello stesso
anno iniziò a collaborare con Prosdocimi l'assistente Alfonso Alfonsi.
Nel 1882, sei anno dopo le scoperte del podere Boldù Dolfin, il
Prosdocimi pubblicò nelle "Notizie degli scavi di Antichità"
dell'Accademia Nazionale dei Lincei un'ampia relazione di scavo, nella
quale, grazie all'analisi e allo studio dei materiali delle tombe, riuscì
a tracciare, con notevole intuito, una sintesi della civiltà atestina
dell'età del ferro, seguendone l'evoluzione dal X al II secolo
a.C. attraverso quattro "periodi" successivi: se particolarmente
interessanti e tuttora fondamentalmente validi sono i dati relativi alla
topografia antica di Este, già nel 1882 W.Helbig e nel 1885 L.Pauli
dimostrarono l'inconsistenza della nozione di "euganeo" negli
scrittori classici, assegnando sia le iscrizioni che la cultura preromana
di Este ai Veneti, ben noti alle fonti storiche.
I ritrovamenti di Este suscitarono grande interesse fra gli studiosi,
inserendosi nel fervido clima delle ricerche sulle coeve culture preromane
condotte da Gozzadini, Zannoni, Pigorini, Chierici in varie località
dell'Italia centrosettentrionale. Ampio risalto alla cultura preromana
di Este dette nel 1885 il fondamentale lavoro di Oscar Montelius sull'età
del ferro in Italia, mentre scavi sistematici condotti in tutto il territorio
veneto portavano al rinvenimento di materiali simili a quelli atestini.
Nello stesso periodo Gherardo Ghirardini studiò il problema dei
rapporti tra la civiltà preromana del Veneto e le contemporanee
cività italiane ed europee e pubblicò sui "Monumenti
Antichi" dei Lincei, in tre puntate uscite tra il 1893 e il 1900,
La situla italica studiata specialmente a Este, ampia e originale
sintesi sulla più vistosa manifestazione artistica dei Veneti,
nota come "arte delle situle".
Nonostante il fervore delle ricerche e l'appassionata dedizione di Prosdocimi
(che sistematicamente continuava a far pervenire alle "Notizie degli
Scavi" e al "Bullettino di Paletnologia italiana" le comunicazioni
sugli scavi da lui compiuti in area di necropoli e di abitato), il Comune
incontrava tali difficoltà economiche e organizzative nella gestione
del Museo (la cui esposizione si era nel frattempo allargata anche alla
chiesa dismessa di S.Francesco, attigua a S. Maria dei Battuti) che nel
1885 ne chiese la nazionalizzazione. Il 3 aprile 1887 fu emanato il decreto
reale di istituzione del Museo Nazionale Atestino , della cui direzione
fu incaricato Alessandro Prosdocimi. Con una convenzione firmata nel 1888
il Comune cedette in deposito perpetuo allo Stato le raccolte civiche,
destinando a sede definitiva del museo il palazzo Mocenigo, acquistato
dagli ultimi proprietari, i Da Zara.Il piano scientifico della nuova esposizione
fu redatto dal Prosdocimi con l'aiuto di Gherardo Ghirardini, ufficialmente
incaricato dal Ministero di recarsi in missione ad Este "per contribuire
al miglior possibile ordinamento delle collezioni antiche nella nuova
sede del museo".
Dapprima ispettore delle Antichità e Belle Arti a Roma e a Firenze,
quindi docente all'Università di Pisa, Ghirardini, che nutriva
particolare interesse per le antichità del Veneto, sua regione
natale, nel 1888 fu chiamato all'Università di Padova dove restò
fino al 1907 anche come Soprintendente ai Musei e agli Scavi, per trasferirsi
infine a Bologna.
Alla base dell'ordinamento che Ghirardini e Prosdocimi dettero al museo
atestino fu il rigoroso rispetto dell'ordinamento topografico, con il
mantenimento delle originarie associazioni di scavo per i materiali delle
necropoli, secondo i canoni della nuova disciplina archeologica che privilegiavano
gli aspetti storici su quelli artistici. Fu prevista al prima piano la
sistemazione dei materiali degli abitati pre-e protostorici nella prima
sala e l'esposizione in ordine topografico, nella seconda e nella terza
sala, dei corredi tombali; nella quarta sala furono collocati i reperti
del santuario di Reitia e la quinta fu destinata a magazzino. Al pianterreno
fu ordinata la sezione romana, con i materiali delle necropoli nella prima
sala e sculture ed elementi architettonici nella seconda; nella terza
e nella quarta sala furono collocate le iscrizioni dell'agro atestino
e le iscrizioni e le antichità aliene. In due piccoli ambienti
a destra dell'ingresso, oggi occupati dagli uffici della direzione, furono
esposte le opere medioevali e moderne, comprese le ceramiche della fabbrica
Franchini.
L'inaugurazione del Museo Nazionale Atestino nella nuova sede fu celebrata
il 6 luglio 1902. Per l'occasione Prosdocimi pubblicò due sintetiche
guide (Brevi cenni del Museo Nazionale Atestino e Guida sommaria
del R.Museo Atestino in Este, relativa alla sola sezione romana).
Stanco ed ammalato Alessandro Prosdocimi lasciò il Museo nel 1909:
morì due anni dopo.
La reggenza della direzione fu affidata al Alfonso Alfonsi che, privo
di un titolo di studio specifico, fu nominato direttore solo nel 1921,
un anno prima della morte: è ascritto a suo grande merito aver
pubblicato accurate relazioni dei numerosissimi scavi da lui condotti
in tutto il Veneto.
Dal 1922 al 1947 fu incaricato della direzione Adolfo Callegari, che era
anche conservatore della casa del Petrarca ad Arquà e direttore
del Museo Provinciale di Torcello: tra i suoi vari scavi va ricordato
in particolare quello condotto nell'area della grande villa romana scoperta
a nord-ovest di Este, in proprietà Albrizzi.
Durante la reggenza di Callegari l'ordinamento del museo rimase pressoché
invariato: consistenti lavori di manutenzione furono eseguiti dal Genio
Civile tra il 1936 e il 1942, ma furono interrotti purtroppo dalle vicende
belliche e condizionati negativamente dalle misure di protezione adottate
a difesa delle opere d'arte.
Alla morte di Callegari la direzione del Museo passò a Giulia Fogolari.
Erano anni difficili per le Soprintendenze e per i Musei, che soffrivano
per gravi carenze di personale e di fondi. A Este gli imponenti afflussi
di materiali conseguenti agli scavi condotti da Alfonsi e Callegari e
gli spostamenti eseguiti per motivi di sicurezza durante la guerra avevano
profondamente alterato l'ordinata sistemazione del 1902 e portato ad affastellamenti
di mosaici e di lapidi nelle sale romane. Nel corso degli anni cinquanta
furono riordinate con nuove e più razionali vetrine varie sale,
fu iniziata la sistemazione dei magazzini e si dette l'avvio ad un sistematico
lavoro di restauro e di catalogazione delle collezioni.
Il notevole impulso agli studi sulla civiltà preromana del Veneto
verificatosi a partire dagli anni sessanta, l'incremento dei fondi per
la catalogazione e l'assegnazione di nuovo personale tecnico-scientifico
nel corso degli anni settanta hanno impresso ai restauri e ai lavori di
catalogazione un ritmo più spedito. Chiuso per dissesti statici
nel 1979, con lo sgombero obbligato di tutte le sale, il Museo è
stato riaperto al pubblico nel maggio 1984: nei cinque anni di chiusura
sono stati eseguiti lavori radicali di restauro e ristrutturazione ed
è stata progettata e realizzata, partendo da una revisione scientifica
di tutto il materiale, una esposizione completamente rinnovata, corredata
da un ampio apparato illustrativo. Si adempie ora alla esigenza, già
da tempo avvertita, di una nuova edizione dell'itinerario, la terza dopo
quelle curate da Adolfo Callegari nel 1937 e da Giulia Fogolari nel 1957.
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